Cosa vuol dire avere un disabile in famiglia? Dialogo con Giulia Franco

Giulia Franco CopiaGiulia Franco, psicologa dell’età evolutiva, si occupa del delicato tema del supporto ai familiari delle persone disabili; nello specifico, conduce progetti rivolti ai fratelli di persone con disabilità. Vive e lavora come libera-professionista nella città di Padova.

E', inoltre, autrice di un libro, Il guanto di mio fratello, rivolto ai bambini, che ho recensito per la rivista State of Mind.

Ho avuto modo di incontrare Giulia attraverso la preziosa mediazione di una comune amica e collega che ci ha messo in contatto; ho letto e molto apprezzato il suo libro e ho pensato che potesse essere interessante porle alcune domande per approfondire ulteriormente questo tema così importante.

Mentre preparavo le domande dell’intervista mi sono imbattuta in un articolo pubblicato su Fatto Quotidiano, Non lasciamo soli i genitori dei bambini disabili, e mi sono chiesta, una volta di più, come mai di argomenti così importanti si parli ancora così poco, preferibilmente, come spesso accade, per commentare eventi tragici.

Anche se è difficile affrontare certi temi abbiamo il dovere di farlo; certe situazioni sembrano non toccarci, fino a quando non ci riguardano direttamente. Tuttavia, ognuno di noi, prima o poi nella vita, fa i conti con il dolore e la sofferenza; allenarsi alla condivisione, offrire supporto, imparare il giusto approccio rispetto a chi è in difficoltà è un esercizio di umanità che ci riguarda tutti. 

Lascio la parola a Giulia, che ha accettato, con generosità, di condividere la sua esperienza umana (lei stessa ha un fratello disabile) e professionale, per aiutarci a conoscere  e a capire meglio la realtà della disabilità.

 

Come è nato in te l’interesse per il tema dei familiari delle persone disabili?

Fin da bambina sognavo di svolgere un mestiere che potesse dare aiuto. Nel corso degli anni, il mio interesse verso le persone si è concretizzato: ho scelto studi umanistici e, a seguire, la facoltà di psicologia; di pari passo alla mia formazione clinica,  crescevo, e con me mio fratello Giacomo. Il mio rapporto con lui, la sua vita così diversa dalla mia, mi mettevano di fronte a molte domande sulla sua malattia, a molti perché rispetto alla sua sofferenza e a quella della nostra famiglia.

Per anni sono stata alla ricerca di un motivo; attraverso un processo interiore maturato nel tempo, anche mediante uno stretto contatto con il dolore e con la sua rielaborazione, sono arrivata a capire che mettere a disposizione la mia vita personale e professionale era il mio modo di rispondere ai miei perché: il mio modo di dare senso.

 

Puoi descriverci quali sono le difficoltà più comuni che si incontrano?

Le difficoltà principali sono l’isolamento e la difficoltà ad esprimere emozioni e bisogni, sia nel contesto familiare che tra i coetanei. Inoltre, la problematica più comune riscontrata nei fratelli e sorelle di persone disabili è la percezione di un alto grado di responsabilità personale, unita, di frequente, a pesanti sensi di colpa.

Se, al contrario, i fratelli e sorelle delle persone disabili vengono adeguatamente aiutati e supportati nei loro bisogni, si dimostrano  persone resilienti, ossia maggiormente attrezzati ad affrontare la vita, e ottime risorse per la famiglia e la società. 

 

Come ti è venuta l’idea di scrivere un libro?

L’idea del libro è nata dal desiderio di condividere la mia esperienza personale e professionale. Da qualche anno, mi occupo di gruppi di condivisione per bambini e ragazzi fratelli di persone disabili, così ho pensato di raccogliere i tanti vissuti che ho ascoltato e unirli ai miei di bambina, per fornire uno strumento che potesse essere d’aiuto alle famiglie ed ai professionisti che si trovano quotidianamente a spiegare temi complessi.

 

Cosa può fare lo psicologo per essere di supporto?

Lo psicologo può essere un mezzo per aiutare ad elaborare la difficile esperienza di vivere accanto alla disabilità. Il lavoro è quello di trovare il proprio senso, per ognuno di noi diverso, ma che, come fattore comune, ha la rielaborazione del dolore che si trasforma in ricchezza interiore.

 

Ti va di descrivere le iniziative che, come psicologa, realizzi in quest’ambito?

In questo percorso la condivisione di gruppo è uno strumento importantissimo per rielaborare le proprie emozioni: lavorare in gruppo, attraverso attività che stimolano i pensieri, permette ai partecipanti di esporre a persone che vivono un’esperienza simile ciò che provano.

Questo processo ci fa sentire meno soli, più compresi, e ci aiuta a trovare risorse inaspettate dentro di noi; gli incontri si svolgono in piccoli gruppi e ogni partecipante porta liberamente i propri vissuti durante l’attività.

Il mio compito è quello di incanalare i pensieri e tradurli in modo che possano diventare momento di scambio e riflessione per tutti i partecipanti.

 

Ti ringrazio di cuore per aver risposto alle mie domande e per la tua testimonianza.

 

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