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Lessico famigliare. La psicologia alla scoperta della famiglia
Lessico famigliare. La psicologia alla scoperta della famiglia

Di cosa parliamo quando parliamo di famiglia? Lo psicanalista Massimo Recalcati ha tenuto, per quattro lunedì consecutivi, un incontro di un’ora, tramesso su Rai3, in cui ha dialogato con il pubblico, parlando di famiglia, di genitorialità e di scuola.

Mi piace quando la psicologia, oltre ad essere protagonista nell’intimità degli studi, diventa divulgazione  e offre spunti di riflessione ad ampio respiro, che ci aiutano a guardare le cose da punti di vista innovativi; la dimensione privata del confronto paziente-terapeuta ha il suo complementare nella dimensione pubblica in cui comunichiamo, con l’aiuto di un esperto, rispetto a temi che sono al cuore della nostra umanità.

Ho molto apprezzato il modo in cui Recalcati ha parlato di famiglia, traendo spunto dai ruoli della madre, del padre e del figlio. Non ho una formazione psicanalitica -ci sono varie scuole di psicoterapia e lo psicanalisi non è il mio approccio di riferimento- , ma, come ho appena detto, i temi toccati sono patrimonio comune della psicologia e del nostro stare al mondo.

Famiglia e Genitorialità

La famiglia è la prima comunità in cui siamo inseriti; ci permette di sperimentare gli affetti e la protezione, ma anche le regole e il senso del limite. Recalcati definisce un ruolo materno e paterno che va oltre l’accezione biologica più stretta, preferendo parlare di funzione materna e funzione paterna. La funzione materna si identifica con l’accogliere e il proteggere, mentre la funzione paterna ha il compito di porre dei limiti, di determinare delle regole che, come una bussola, aiutino il figlio ad orientarsi nel mondo. Sono due funzioni distinte e complementari, entrambe essenziali al benessere del figlio.

Quando parliamo di famiglia e di genitorialità diventa particolarmente importante acquisire delle chiavi di lettura rispetto a cose che ci toccano così da vicino. Proprio questo è il punto: si sente spesso dire si impara dall’esperienza, che essere genitori è una questione di pratica e che non serve “psicologizzare tutto”. Io sono d’accordo, proprio in quanto psicologa; il punto che la psicologia non vuole patologizzare, o incasellare la realtà in etichette cliniche come spesso capita di pensare. Vuole, al contrario, offrirci l’occasione di interrogarci sulle nostre esperienze, per aiutarci a viverle con maggiore consapevolezza.

Quando diventiamo genitori -e, prima ancora, quando formiamo una coppia-, la prima cosa con cui dobbiamo confrontarci sono i modelli che abbiamo avuto avuto, quelli che ci sono stati offerti dalla nostra famiglia di origine. Possiamo aderire o ribaltare gli insegnamenti che abbiamo ricevuto e che fanno parte del nostro bagaglio. L’importante è essere coscienti che, come in altri ambiti della vita, possiamo scegliere in cosa ci riconosciamo.

La funzione materna

La madre, afferma Recalcati,  accoglie il figlio nella sua unicità, offrendo un prendersi cura destinato proprio a quel figlio e a nessun altro; la sfida, in un rapporto così profondo, è riuscire a rispettare la libertà del figlio, non assorbendolo in un legame totalizzante. Il figlio sa che può contare sulla presenza della madre, ma sa anche che la madre rispetta la sua libertà di essere umano distinto e non si sente minacciata dall’acquisizione di autonomia che avviene con la crescita. Fin dal momento della gravidanza e del parto, amare un figlio significa accoglierlo e nutrirlo quando ne ha bisogno, lasciarlo andare quando è pronto ad affrontare il mondo.

Per questo è importante che la donna non si identifichi in modo totalizzante con il ruolo materno, ma che mantenga un ruolo nella coppia, come partner, e la sua individualità di persona. Nell’articolo Quale donna sei? Le dee dentro la donna parlando delle varie sfaccettature del femminile simboleggiate dalle dee della mitologia greca, ho scritto di Demetra, la dea della terra, che incarna la madre. Se una donna si identifica in modo totalizzante con questa dimensione, non lasciando spazio ad altro, rischia di soffrire molto, nel momento in cui i figli adulti non hanno bisogno della sua costante presenza, come avveniva quando erano piccoli. Così come avviene a Demetra, nel mito, quando le viene sottratta la figlia Persefone.

La funzione paterna

Il padre fornisce le regole, ma non in modo insensibile, come farebbe un padre dispotico di stampo patriarcale; sa comprendere, perdonare l’errore che non ha la pretesa di essere infallibile, l’unico modello di comportamento possibile. Il padre insegna che non si può tutto, che il nostro volere non è illimitato. Questo è di grande aiuto al figlio, perché è attraverso l’acquisizione del senso del limite che diventiamo più umani e che impariamo a desiderare: prendere coscienza del fatto che esistono dei limiti fa sorgere in noi il desiderio di superarli, di metterci in gioco.

Così come la madre che ama sa promuovere l’autonomia del figlio e della figlia, il padre non pretende adesione al suo modo di essere, alle sue idee, in nome dell’appartenenza alla “stirpe”; sa, invece, riconoscere e rispettare l’alterità, il fatto che i figli siano persone differenti da lui,  in grado di prendere la propria strada nel mondo.

La funzione paterna, secondo Recalcati, non si identifica con l’includere i figli in un progetto, in un piano familiare, ma ne salvaguarda il diritto ad essere loro stessi. Il figlio e la figlia possono essere “eretici” rispetto al modello genitoriale: un padre che è in grado di amare la diversità dei figli offre loro un supporto prezioso per diventare adulti forti e sicuri di sé.

Il ruolo della psicologia

Ci sono tantissimi modi di vivere le relazioni, che si tratti di relazioni tra partners o tra genitori e figli, inclusi tutti i modi in cui si può declinare il termine “famiglia”, nell’accezione più stretta o più ampia del termine. Se non ci poniamo delle domande corriamo il rischio di riproporre i modelli che abbiamo interiorizzato, seguendoli o capovolgendoli, perché sono quelli che abbiamo conosciuto e che ci viene automatico mettere in atto o contestare a priori.

Per questo motivo ho trovato così utili queste riflessioni, che offrono un punto di vista frutto di anni di esperienza, di pratica clinica e di studi che abbracciano vari ambiti. Voi cosa ne pensate?

Vi lascio il link delle puntate per chi volesse vederle.

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